Fabio Celestini (a destra), a fianco del patron bianconero Angelo Renzetti – © fclugano.com

I quattro giri a vuoto in campionato e l’estromissione anzitempo dalla Helvetia Coppa Svizzera hanno fatto male. Adesso, però, i veri graffi che possono nuocere al Lugano consistono nella pressione psicologica cui è sottoposto.

Che la squadra abbia una bisaccia di punti assai leggera rispetto a quella dello scorso campionato a quest’ora è indubbio. Concediamo giusto per un attimo alle statistiche di accomodarsi: otto punti dopo i primi sei turni nella stagione 2018-19 frutto di due vittorie (Sion in trasferta e Zurigo in casa), altrettante divisioni della posta (Grasshoppers in casa e Thun lontano dal terreno amico), e un numero equivalente di inciampi (0-2 contro lo Young Boys in casa e 2-4 contro il Lucerna alla “SwissporArena”); questa stagione, allo stesso punto di campionato, i punti si sono dimezzati, è arrivato un sorriso grande così a Zurigo (4 -0), poi un mezzo sorrisetto con il Thun a “Cornaredo” (0-0) e quattro capitomboli (0-2 Young Boys in trasferta, 0-1 Sion in casa, 2-3 San Gallo in trasferta e 1-2 Basilea ancora lontano da “Cornaredo”).

La famiglia dei marcatori, da una stagione all’altra, è composta dalle stesse unità: sei erano lo scorso anno, ovvero Mihajlović, Yao, Čovilo e Vécsei (una rete a testa), Daprelà e Ceesay (due), sei anche nella stagione finora di disgrazia, Marić, Aratore, Rodríguez, ancora Vécsei e Dalmonte un sigillo a testa, Holender una doppietta. La differenza-reti, però, in questo campionato sorride più che nel precedente, sette reti segnate e otto incassate per un totale di meno uno, otto realizzate e dieci da raccogliere in fondo al sacco nel 2018-19, ossia -2. Ma ovviamente le statistiche non riescono a mettere luce sul fattore causativo che sta azzoppando il campionato dei bianconeri. Squadra cambiata? Sì, ma alla fine non poi con una rivoluzione copernicana. Angelo Renzetti, professione presidente, e Fabio Celestini, professione allenatore, hanno nel loro DNA qualcosa di cui nel calcio vi è bisogno come il pane: si chiama serietà, nome che si può declinare anche in professionalità. Non si garantisce a una squadra il terzo posto in graduatoria della massima serie nazionale e il passaporto per l’Europa League senza che questo requisito ti scorra nel sangue. Poi, certo, la squadra.

Diamo uno sguardo alla classifica dei marcatori dello scorso anno: Carlinhos Júnior tredici centri, Gerndt 9, Sabbatini 5, Bottani 4, Čovilo 3, Sadiku 3 per tralasciare chi poi ha riempito la graduatoria marcatori con un minor numero di centri. Eccetto Sadiku, gli altri sono tutti presenti. Nuovi innesti, Rodríguez (ex Lucerna), Aratore (dai russi dell’Ural Ekaterinburg), Holender (nazionale ungherese con 164 presenze e 31 reti nell’Honved Budapest, principale sodalizio calcistico del paese magiaro), quattro reti in due di cui una doppietta per l’ultimo. Innesti che, sulla carta, non sono di secondo piano e vanno a inserire nel mosaico nuove tessere accanto ad altre, le succitate, che brillano di talento. E allora perché questa serie di risultati a muso lungo di cui l’ultimo deve essere spiaciuto in modo particolare al buon Celestini che si è visto rifilare tre reti dalla natìa Losanna da lui riportata nella massima serie nel 2016? Evidentemente non basta che i vari pezzi dell’ingranaggio complessivo ci siano. Occorre che si parlino a dovere. Perché la forza per la rinascita di questo Lugano potrebbe risiedere proprio in lei, la parola. Se ve ne è qualcuna da dire in più tra presidente e allenatore e tra questi e lo spogliatoio, non la si tenga in gola.

Renzetti ha affermato che farà le sue valutazioni. E naturalmente sia, chi profonde denaro e tanta, tanta passione come lui che questo Lugano lo considera una grande famiglia, ha tutto il diritto di farlo. Dialogo urbi et orbi, senza risparmio, perché quando le cose non girano tenersi tutto dentro, nella vita ma anche nel dorato ma talora insidioso mondo della sfera di cuoio, è la peggiore soluzione. Un discorso che, ben lungi noi dal dispensare consigli che non ne sappiamo dare neppure a noi stessi, potrebbe suonare così: questo è il progetto, questa è la via da percorrere, chi ci sta perché ci crede ci sta e profonda la sua goccia di sudore fino in fondo. Perché giocare per il Lugano è un orgoglio, perché Lugano ha visto passare da “Cornaredo” quattro titoli nazionali e tre coppe di Svizzera, perché il Ticino, nel calcio elvetico e non solo, ha dimostrato di poter viaggiare a fari superaccesi.

Risurrezione possibile, dunque? Possibilissima. Gli ingredienti per confezionare una torta prelibata esistono tutti e necessitano solo di essere amalgamati in modo ottimale. Come? La vecchia favella funziona sempre, per chiarire a sé stessi se si desidera proseguire con il Lugano, per chiarire agli altri che il Lugano si ama e vi è un bianconero che nasce dal cuore prima ancora che sulla maglia. Solo dopo la favella si chiarirà chi ci sta e chi non ci sta e solo il primo potrà raccogliere le forze e metterle in comune. Guidato da un Celestini il cui valore non nasce oggi e la cui scorsa stagione parla in abbondanza. E da quei tifosi veri consapevoli che sostenere una squadra significhi soprattutto darle un mantello di fiducia nei momenti di difficoltà, essendo la dodicesima forza in campo. Lugano, ti puoi ritrovare!

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