Laddove non è possibile attribuire a una partita di fine stagione un preciso significato contabile, è spesso più semplice rilevare quei dettagli che fanno sempre la differenza.

Bella squadra il Bellinzona! Adesso che il torneo è agli sgoccioli e non lo si può più mandare gambe all’aria, sarebbe anche ora riconoscere all’allenatore il merito di aver saputo gestire la rosa con grande sensibilità. Qualcuno la chiama diplomazia che non è proprio la stessa cosa, ma possiamo non sottilizzare. Non era facile approcciare il salto di categoria con tanta autostima nelle fondamenta sulle quali è stata costruita la promozione. Invece, a dimostrazione della solidità societaria e della sinergia di pensiero, si è investito il meno possibile su volti nuovi e si è lavorato per migliorare i difettucci dei vecchi. Facile a dirsi. Un po’ più complicato riuscirci.

Ed è qui che entra in gioco la preparazione di uno staff che un passo per volta ha saputo portare tutti ad ottenere il massimo dalle proprie attitudini. Magari sacrificando per esigenze tattiche qualche elemento, ma certamente senza creare scompensi o squilibri. Forse, a Bellinzona, lo spogliatoio è ancora un valore vincente. Può sembrare una banalità, ma in tempi nei quali ne si abusa il significato per guardare solo la classifica, la realtà dello spogliatoio granata ha ben poco di falso.

Il simbolo di questa caratteristica lo possiamo trovare in colui che ha indossato la fascia da capitano sulla manica della maglia numero 23 contro uno Chaux de Fonds privo di requisiti per restare nella categoria. Un giocatore straordinario che riesce ad uscire sfinito anche da una gara da poter giocare in surplace come quella di sabato scorso.

Gira che ti rigiri, un giocatore di 34 anni con 330 partite svizzere sulle spalle, avendo sostanzialmente vestito due sole maglie, che riesce ad arrabbiarsi anche sul 5-0 e che per primo rincorre anche le (prime) zanzare dell’estate pur di recuperare un pallone, lo trovi solo all’ombra dei castelli.

Gli attori sono poi tutti bravi quando a monte c’è un regista che ha capito come ottenere il massimo dal loro ruolo. E anche in questo caso, il club non ha sbagliato la scelta riconfermando la fiducia a Gigi Tirapelle che alla soglia dei 56 può essere ragionevolmente considerato un “emergente” che darebbe qualche lunghezza di scarto a tanti suoi colleghi, i quali, preferiscono proseguire la loro formazione raccontando balle ai giornalisti per costruirsi meriti che non hanno e che si riconoscono da soli senza un briciolo di umiltà.

La seconda potenza del calcio ticinese è oggi un condensato di responsabilità, coerenza e progettualità che non si può discutere. La strada percorsa dopo la disgrazia è stata lunga e non sempre semplice, ma partendo da ciascun componente – primo fra tutti viene spontaneo ricordare Simone Patelli – la rinascita è davanti agli occhi di tutti.

Alle spalle dei protagonisti, si muove una macchina da guerra organizzativa invidiabile anche ad un club di SFL. Ora non manca proprio niente per cercare il grande salto. Bravi!