DAL PRIMO DOPOGUERRA ALL’ARGENTO OLIMPICO.

Nonostante la neutralità nella guerra, non mancano le tensioni interne tra svizzeri tedeschi e romandi, con i primi a sostenere la Germania e, ovviamente, i secondi sono coi francesi. Le conseguenze si fanno sentire anche nello sport e così nella primavera del 1918 i giocatori delle squadre romande rinunciano alla nazionale che disputa un incontro con l’Austria, potenza sconfitta dal conflitto. Sono anche i mesi della febbre spagnola, che miete milioni di vittime e non risparmia il territorio elvetico, al punto che la prevista assemblea dell’ASF dev’essere rinviata di un mese. Gli scarsi collegamenti all’interno del Paese e gli scioperi decimano il campionato e per rivedere la squadra rossocrociata in campo bisogna attendere addirittura il 1920 quando a Ginevra, di fronte a 15.000 spettatori, arriva la Francia. Vincono i Bleus, che sono composti quasi per la totalità da giocatori delle diverse squadre parigine, col classico 2-0. È l’unica sconfitta dell’anno: nell’ordine vengono battute Italia (3-0), Olanda e Svezia, quest’ultima a domicilio, in un incontro inserito nei festeggiamenti per la coppia Reale, con la rete di Jean Pierre Martenet, uno dei due fratelli del Cantonal Neuchatel. Ma è l’ultima partita dell’anno a scatenare le polemiche: la gara di Zurigo contro la Germania, decisa per il 27 giugno. Lo scontro è interno, ma anche esterno, perché la FIFA è contraria alla disputa di partite contro squadre di Nazioni sconfitte in guerra. I romandi, come detto filofrancesi, tornano a protestare e i loro club negano i giocatori alla nazionale che deve affrontare la squadra della neonata Repubblica di Weimar.

Scoppia così il caso di Oskar Merkt: tedescofono, cresciuto negli Old Boys di Basilea, ma in forza al Servette, decide di rispondere alla convocazione. Il club prima lo esclude, poi lo reintegra, al punto che con il Servette vincerà il titolo svizzero 1921-22.

Se fuori dal campo è bufera, il terreno di gioco dà ottimi risultati. I tedeschi sono infatti surclassati all’Utogrund con un sonoro 4-1, frutto della doppietta di Meyer, giocatore di una delle squadre locali, lo Young Fellows e delle reti di Afflerbach e dell’esordiente Ramseyer. Le vicende extracalcistiche diventano protagoniste nuovamente ad agosto 1920, quando l’assemblea Federale decide la rinuncia a giocare la partita con la Francia del Torneo olimpico di Anversa. La motivazione ufficiale è economica, mancherebbero i soldi per la spedizione in terra belga, in realtà la parte tedesca della Confederazione rifiuta di partecipare a una competizione che esclude le Nazioni sconfitte della Prima guerra mondiale. C’è addirittura il rischio di scissione tra tedeschi e romandi, che viene però fugato portando la sede dell’ASFA (come si chiama ora l’ASF, dopo la fusione con l’associazione calciatori) a Ginevra, con presidente il patron del Club Atletico Ginevra, Henninger. Anche il calcio risente delle tensioni politiche del primo dopoguerra, che porteranno a un secondo conflitto mondiale. Tuttavia, c’è anche il rettangolo verde che nel marzo del 1921 vede i rossocrociati di scena sul Campo di viale Lombardia a Milano, con due soli giocatori di squadre romande. Vince l’Italia 2-1, per la Svizzera segna Ugo Fontana del Winterthur. Ad Amsterdam, di fronte a ben 35.000 spettatori, la sconfitta è più pesante, non arriva nemmeno il gol della consolazione. Il trittico si conclude con il pareggio per 2-2 con l’Austria. Nel novembre 1921 è la volta ancora dell’Italia, incontrata a Ginevra con il debutto del giocatore più rappresentativo del Servette, Robert Pache, ma l’Italia non è più la stessa: c’è stata una scissione in due Federazioni e solo i giocatori affiliati alla FIGC sono stati convocati. Ciononostante, non arriva la vittoria che manca dalla gara con la Germania. Curiosamente, la sfida è arbitrata da Hugo Meisl, che diventerà allenatore del Wunderteam austriaco. Sono anni in cui sbocciano dalle squadre del campionato svizzero giocatori interessanti, specialmente in attacco. Nel Cantonal di Neuchatel emerge Max Abegglen, detto Xam, che in una partita di campionato segna addirittura otto reti. È uno dei fondatori dello Xamax, che prende il nome proprio dal suo soprannome e nel 1919 passa al Losanna. Esordisce invece Paul “Paolo” Sturzenegger, giocatore nato in Argentina, ma in forze allo Zurigo, con cui vincerà il campionato del 1924 e che passa alla storia come “il più grande colpitore di testa del calcio svizzero”. Sturzenegger segna all’esordio in nazionale, a Francoforte contro la Germania, mentre Abegglen, finalmente preso in considerazione dalla commissione tecnica, segna una tripletta nel 5-0 inflitto all’Olanda nel novembre 1922, in quel di Berna. Curiosamente, nella partita del Campo Spitalaker si assiste a un ribaltamento di forze tra romandi e tedeschi, con quattro giocatori del Servette, due del Losanna e Gustav Mayer del Montreux. Dura poco però, contro l’Italia a Bologna si torna a quattro giocatori delle squadre romande. È una partita sentita, quella con gli italiani, che si gioca a poco più di un mese dalla marcia su Roma, che ha mandato al potere i fascisti di Mussolini, che spesso in passato si è lamentato della “germanizzazione” del Canton Ticino. La scissione in seno al calcio italiano è rientrata e stavolta in campo ci sono i migliori. Una doppietta di Luigi “Zizì” Cevenini dell’Inter, così chiamato per la parlantina spigliata, non basta perché Pache accorcia e Ramseyer, a cinque minuti dalla fine, toglie palla all’incerto Caligaris e batte il portiere Trivellini, che nemmeno prova la parata.

Quella di Bologna è una buona prova in un triennio piuttosto deludente, con due sole vittorie su sedici partite: il già citato 5-0 contro gli olandesi e il 2-0 con l’Austria nel gennaio del 1923. La Federazione prende così una decisione epocale, affidando le sorti dei rossocrociati a tre allenatori stranieri: l’ungherese Izidor “Dori” Kürschner del Nordstern e gli inglesi Jimmy Hogan (ex Young Boys) e Thomas “Teddy” Duckworth del Servette. I magnifici frutti di questa scelta, non tardano ad arrivare: nel 1924 ci sono nuovamente i giochi olimpici, stavolta a Parigi e la Nazionale Svizzera fornisce ottime prestazioni nelle amichevoli preparatorie, ottenendo tre vittorie su tre. La Francia è ospitata nuovamente a Ginevra e viene sommersa di gol: non segna Abegglen, nel frattempo passato al Grasshoppers, ma si scatenano le punte del Servette – Pache e il debuttante Dietrich – e l’altro esordiente Kramer, del Cantonal. A Basilea arriva la Danimarca e ancora una volta la porta di Pulver resta inviolata, mentre il collega danese raccoglie due volte la palla in fondo al sacco, con Abegglen e nuovamente Dietrich in gol. Il prestigioso 4-2 con l’Ungheria a Zurigo completa il trittico e stavolta sugli scudi è Sturzenegger (dieci giorni prima trascinatore dello Zurigo nella finale per il titolo), a dimostrazione che il trio di allenatori in attacco non ha che l’imbarazzo della scelta, il che porterà anche a qualche polemica.

Ora non resta che prendere il treno e partire per Parigi, dove si disputano gli ottavi giochi olimpici, i secondi nella Ville Lumiere. Il torneo calcistico vede la presenza di ben 21 squadre e si disputa con partite a eliminazione diretta, a partire da un turno preliminare che riduce a 16 le partecipanti, per arrivare dritti alla finale di Colombes. Alla Svizzera capitano gli sconosciuti lituani, alla loro seconda uscita assoluta dopo una sconfitta casalinga con l’Estonia per 5-0. Vengono tutti da club di Kaunas (che oggi è la seconda città lituana, ma ai tempi capitale in quanto Vilnius era stata annessa alla Polonia) e sono facili prede di Sturzenegger e Abegglen, sette reti in due, per un 9-0 che tutt’ora è la vittoria più ampia della storia dei Rossocrociati. La vera sorpresa del torneo è una sola, ma è enorme, con l’Egitto che vince 3-0 con l’Ungheria agli ottavi, turno in cui la Svizzera trova la Cecoslovacchia. Servono due partite per decretare i vincitori: allo Stade Bergeyre i cechi segnano su rigore, pareggia Dietrich, viene annullata una rete a Xam Abegglen, ma nel supplementare i rossocrociati non sfruttano la superiorità numerica dovuta all’espulsione di Capek. Nella ripetizione, due giorni dopo, il triumvirato di allenatori effettua quattro cambi e gioca anche, in mediana, Adolf Mengotti. Figlio del console svizzero in Spagna, di madre spagnola, di Burgos, dopo essersi affermato al Servette è passato al Real Madrid. Quando ci si aspetta un nuovo supplementare, Kramer crossa per Abegglen che serve Pache, la cui bomba non lascia scampo al portiere Hochmann. Ora sotto con l’Italia ai quarti, in una partita che è ormai un classico.

Come detto, col fascismo i rapporti sono tesi e anche la partita vede una coda polemica con il gol del 2-1 svizzero contestato dagli italiani, per i quali Abegglen è in fuorigioco. Lo stesso Commissario tecnico, Vittorio Pozzo, che è anche inviato per il quotidiano torinese “La Stampa”, parla di quello che gli inglesi chiamano “presentation goal”, cioè gol regalo, con il guardalinee che secondo il CT azzurro in realtà aveva segnalato il fuorigioco. Sta di fatto che la partita passa alla storia del calcio svizzero ed è una delle più prestigiose del decennio. Pozzo, tornato dalla Francia, si dimetterà e a breve perderà la moglie, malata da tempo. In semifinale, la Nazionale trova gli svedesi, che per gli addetti ai lavori sono favoriti. Invece, al 15’ Xam va in gol, battendo Lindberg dopo avere dribblato tre avversari. La Svezia pareggia su punizione, ma nella ripresa ancora la punta del Grasshoppers segna la rete che vale la finale. Nell’altra semifinale, l’Uruguay sconfigge l’Olanda e la nazionale rossocrociata si può fregiare del titolo ufficioso di “campione d’Europa”, comunque vada con gli Orientales. Xam Abegglen viene incensato dalla stampa francese, mentre la squadra è ricevuta dall’ambasciatore a Parigi in un clima di festa. Prima della gara si apre una polemica, perché il capo allenatore Duckworth esclude Sturzenegger, a favore di Pache. L’avversario è quasi proibitivo, quell’Uruguay che gioca un calcio spettacolare, con la Perla Nera Andrade in mezzo al campo e davanti giocatori del calibro di Héctor Scarone e Pedro Petrone, El Artillero: entrambi negli anni successivi, oltre a vincere il primo Mondiale del 1930 in casa, daranno sfoggio delle loro qualità in Europa, precisamente al Barcellona, all’Inter e al Palermo il primo, alla Fiorentina il secondo. È proprio Petrone a segnare il gol del vantaggio nei primi minuti, nella ripresa lo imitano Cea e Romano e la medaglia d’oro va ai sudamericani.

È comunque un grande successo per il calcio elvetico, il più grande mai raggiunto nella storia, il torneo si chiude con quattro vittorie, un pari e una sconfitta in due settimane. I giocatori rientrano alla spicciolata, chi a Basilea, chi a Ginevra, ovunque l’accoglienza è trionfale, non è retorico dire che siano stati accolti come campioni. Non mancano, nuovamente, le polemiche per l’esclusione di Sturzenegger, a opera della stampa di lingua tedesca. Sul banco degli imputati la coppia del Servette Greiner-Duckworth, rispettivamente capo della commissione tecnica e allenatore, che chiuderanno la diatriba con uno scarno comunicato: “L’interno destro Pache è stato preferito a Sturzenegger perché si intendeva meglio con l’ala destra Ehrenbolger.”

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