Il punto del pareggio subito al 94′ da Birama Ndoye è una questione di testa. In stagione, non è la prima volta che il Lugano non rimane attento sino al triplice fischio finale

Nel girone d’andata era già accaduto nelle due sfide casalinghe contro Grasshopper e Neuchâtel Xamax. Curiosamente, tutte le partite in oggetto sono terminate con il risultato finale di 2-2 e i bianconeri si sono visti beffare all’ultima azione disponibile in favore degli avversari di turno. Salgono così a sei i punti gettati al vento dai sottocenerini, che proseguono la loro scia di insuccessi, ora attestatasi a quota otto partite, in cui sono giunti quattro pareggi e altrettante sconfitte.

L’aspetto mentale è quello su cui occorre intervenire. E alla svelta. Perché, se da un punto di vista fisico c’è poco da eccepire, sul lato dell’attenzione nei momenti cruciali la squadra ha molto peccato. Si potrebbe obiettare che i ticinesi hanno lottato e cercato in tutti i modi di conquistare i tre punti. Vero. Ma è anche corretto affermare un incontro di calcio ha una durata che va oltre i novanta minuti regolamentari. E, sempre più spesso, i confronti, in ogni parte del globo, si decidono nei secondi di recupero. È in quel momento dove l’attenzione dev’essere massimale. Tutti gli elementi di una squadra hanno l’obbligo di dimostrare il loro valore anche negli ultimi istanti di un incontro.

Lo staff tecnico luganese, a partire da mister Fabio Celestini, dovrà ora, come mai prima, lavorare sulla mente dei propri protetti. Per evitare che tutto ciò che di buono si è fatto dall’ascesa nella massima categoria (oramai quattro anni or sono) venga vanificato in un batter di ciglia e per fare in modo che il prezzo da pagare non risulti essere più alto di quello che effettivamente si merita.

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