Sono sempre stato attratto ed in certi momenti anche ossessionato dal fascino della Domenica sportiva. E’ una questione che oggi mi ispira sentimenti contrapposti. Colpa di quella maledetta linea bianca.

C’è una linea netta che spezza la vita e la carriera di chi è stato giocatore. Un giocatore serio e professionale di una qualsiasi categoria: non ha importanza. Questa linea (bianca) – non posso dimenticarlo – ha spezzato in due la mia vita in un afoso pomeriggio estivo. Terminai di giocare per i tre punti in un campionato amatoriale applaudito da chi mi conosceva e da chi invece non sapeva chi fossi. Mister Ezio organizzò per bene la sostituzione in modo da farmi ricevere un ultimo squarcio di “popolarità”. Purtroppo, qualcuna delle giovani promesse che mi applaudì quel giorno, fu portata in cielo qualche mese dopo da una tragica fatalità.

Oggi, dopo che la linea ha spezzato la mia vita, se mi credete, mi mancano davvero due cose: quelle croste sulle ginocchia che si formano una settimana dopo una scivolata decisiva e che vorresti strappare dal prurito e la gioia che ti da l’aver segnato un goal. Quando si gonfia la rete. Quando tutti corrono ad abbracciarti. Quando nessuno – dal campione del mondo al campione di quinta lega – può spiegarti cosa si prova in quel momento. Perché è una delle emozioni che non si possono proprio descrivere. Ed ogni volta è più bella di quella precedente.

Per molti il destino è segnato. E, spesso, è un destino cupo. Popolarità ai minimi termini. Il pubblico si affeziona a nuovi più giovani e belli eroi. Il pubblico dimentica e giudica senza capire il dramma della panchina, della tribuna, dell’addio.

Quel chiodo misterioso al quale si appendono le scarpe una volta per tutte esiste sul serio. Non sono di quelli che ama le partitelle fra teorici “amici”. Non danno emozioni. Servono solo per bisticciare e per creare confusione nelle sale di accettazione del pronto soccorso.

Amo invece ancora tanto respirare l’aria della partita vera. Il profumo che ti danno novanta minuti visti dagli spalti da dove puoi annusare il sudore e da dove puoi permetterti ancora il lusso di sentirti una componente della partita. Quasi meglio che essere in panchina, costretto a soffocare quello che vorresti urlare.

Ecco perché l’immagine più bella che ci possa regalare il nostro sport è quella dell’emozione di un ragazzo che ha segnato un goal decisivo all’ultimo secondo di una partita. Riccardo Vassalli, capitano del Riva grazie alla fascia ereditata dal compagno Fazliu. Una fotografia perfetta per questo momento di riflessione che voglio dedicare a tutti gli over ’50, da un pezzo relegati fuori dal campo e che possono capire sul serio di cosa sto scrivendo.

Uno scatto che meriterebbe l’esposizione ad una mostra delle emozioni che non si possono raccontare, ma che si possono solo immaginare. Corri più veloce che puoi grande capitano e abbraccia più compagni che puoi. Tu che hai la grande fortuna di possedere una doppia anima: quella di acuto giornalista sportivo e quella di un brillante goleador.