Chiamato a guidare il Lucerna – ottava forza del campionato di Raiffeisen Super League – solamente lo scorso 2 gennaio, Fabio Celestini ha rilasciato un’interessante intervista al Blick

Il 44enne, ex tecnico del Lugano, si è confidato su diversi aspetti della sua vita e della sua carriera di giocatore e di allenatore: «Ho trascorso le vacanze di Natale a Panama assieme a mia moglie e mia figlia. Poi, mi sono spostato in Spagna e guardato di allenamenti del Valencia. Nel contempo, ho analizzato il periodo passato a Lugano. Per me, è stato importante poter riuscire a chiudere correttamente il cerchio. A mio parere, durante la stagione, nelle partite e negli allenamenti ho svolto un buon lavoro. Dall’inizio del campionato ho però commesso alcuni errori. All’interno della società c’erano delle situazioni importanti che si dovevano chiarire immediatamente, ma ciò non è accaduto».

Tolto qualche sassolino dalla scarpa, l’ex condottiero bianconero spiega come si è svolta la trattativa con il sodalizio svizzero-centrale e cosa ha trovato dalle parti della Swissporarena: «Quando Remo [Meyer] mi ha chiamato, domandandomi se fossi interessato [a ricoprire la carica di guida tecnica della prima squadra], ho subito risposto affermativamente. Mi trovavo ancora a Panama e due giorni dopo ero già a Lucerna. Il gruppo ha tanto potenziale, lo stadio è fantastico, i tifosi non sono da meno e l’organizzazione, con delle strutture professionali, è ottimale. Sin dal primo minuto, qua è stato tutto preciso e affidabile».

Il discorso si sposta poi su un paragone tra l’esonero di Losanna e quello di Lugano: «Se devo fare un confronto, le mie sensazioni sono state completamente differenti. Ero pieno di energia e pronto per una nuova avventura. A Losanna, dopo un giorno di lavoro andavo a casa, ma la mia testa rimaneva allo stadio. Andavo a dormire e la mia testa “viveva” sempre all’interno dello stadio. Esisteva solo il Losanna, il Losanna e ancora il Losanna. Così non può funzionare. L’ho compreso quando il mio rapporto di lavoro è giunto al termine. Sono stato a un passo dal “burnout” (“sfinimento psicologico”). Dopo l’allontanamento dal Losanna, ci sono voluti tre giorni per riprendermi e per ritrovare l’energia giusta. Dopo un mese, poi, ero una persona completamente diversa».

In Ticino, invece, la situazione è stata diversa: «Non importa quanto tempo lavoravo a Lugano. Quando saliva in auto, tutto ciò che concerneva il campo restava lì, dentro lo stadio. Ogni giorno, mi prendevo due ore per riprendere in mano la mia vita, svolgendo varie attività extra».

La conclusione della chiacchierata è riservata all’aspetto tattico: «Un allenatore deve adattarsi ai giocatori che ha a disposizione, non il contrario. Loro sono in 25, mentre io sono solo. Vi faccio un esempio: a Lugano non potevo contare su dei calciatori capaci di effettuare un pressing conseguente alla manovra. Per un determinato sistema di gioco [come quello che vuole proporre Fabio Celestini] bisogna poter correre per tutti i novanta minuti. A Cornaredo, giocavamo qualche metro più indietro rispetto a quanto proposto a Losanna. Ora, a Lucerna devo valutare quali elementi sono più funzionali a questo tipo di gioco».

(nella foto: Fabio Celestini – © FreshFocus/blick.ch)